Cosa farò fra cinque anni?

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Doodle di piccole creature meccaniche che costruiscono e provano invenzioni su un banco, fra inviti, un calendario, casette collegate e un quaderno.

Questa settimana mi sono trovato più volte a non vedere l’ora di rientrare al lavoro. Per portare avanti certe cose che avevo lasciato a metà, vedere se un’idea funzionava, provare un collegamento che mi era venuto in mente.

E la sera, evidentemente non contento, mi sono messo a costruire altre cose.

In pochi giorni ho portato avanti un sistema per creare partecipazioni e inviti via web e uno per gestire prenotazioni dentro gli istituti didattici. Il primo ha un editor, gli inviti, le conferme degli ospiti, i formati da condividere o stampare. Il secondo distingue gli appuntamenti individuali dai laboratori collettivi, con regole diverse per richieste, posti disponibili e presenze. Sono quasi pronti, con ancora cose da chiudere prima di aprirli e farli usare davvero.

Nel frattempo è nato Continuum, di cui ho già scritto qui: una memoria per ritrovare il punto in cui avevo lasciato un progetto, anche passando da una chat all’altra o da un assistente all’altro. Che poi è anche una conseguenza di questa situazione: porto avanti più cose, quindi a un certo punto devo trovare il modo di ricordarmi dove sono arrivato.

Poi c’è il network dei siti di Advertaria. Siti indipendenti, persone diverse che ci lavorano, ciascuna anche con il proprio agente. Serviva un contesto comune, un modo di condividere informazioni e decisioni, e soprattutto di intervenire senza sovrascrivere il lavoro degli altri.

E c’è l’ambiente per fare le analisi dei siti: tracciamenti, Analytics, Search Console, Tag Manager, quello che succede davvero nel browser. Possiamo incrociare le fonti, verificare un’ipotesi e conservare i dati da cui siamo partiti. Questa roba qui è pazzesca. La sto già usando nel lavoro.

Insomma, alcune cose funzionano già e vengono usate, altre stanno per uscire, altre hanno ancora bisogno di prove. Però mentre le faccio mi trovo a pensare: se adesso lavoro così, cosa farò fra cinque anni?

Perché non tocco codice da quasi un anno. In senso letterale: non sono più io a scrivere le righe.

E penso, spero, di non doverlo toccare più.

Lo dico sapendo che scrivere codice mi piaceva. Facevi i tuoi progetti in mesi, andavi su Stack Overflow ogni venti righe per cercare di capire come scrivere le successive venti, ogni tanto qualcosa finalmente funzionava ed eri felice.

Era bello, eh.

Adesso penso a qualcosa, ci ragiono un momento e mi trovo già a farla davvero. Sì, a farla fare, ok. Ma detta così sparisce quasi tutto quello che succede in mezzo.

Ci sono brainstorming, analisi, molte chat. Spesso non vanno bene. Un’idea che sembrava chiara diventa confusa appena proviamo a costruirla; una soluzione funziona per il primo caso e si rompe sul secondo; una cosa che volevo aggiungere si rivela inutile, oppure porta dietro una quantità di complicazioni che non avevo considerato.

E lì si lavora.

Sono diventato più bravo a fissare concetti, a costruire strutture che si limitano e lavorano dentro perimetri precisi. A capire cosa deve sapere un agente per fare quel pezzo, quali decisioni sono già prese, dove deve fermarsi. Anche a trattare un problema in modo abbastanza generico da poter riusare il ragionamento, senza allargarlo fino a fargli perdere senso.

Continuum, per esempio, deve conservare dove siamo arrivati. Se trova una nota vecchia o un’azione aperta, questo non significa che possa decidere da solo che il lavoro è stato completato. Sembrano dettagli, finché una di quelle deduzioni diventa il punto da cui riparti il giorno dopo.

Ho imparato anche a farmi criticare il lavoro. A mettere alla prova un’idea invece di cercare soltanto qualcuno che mi aiuti a realizzarla.

A volte chiedo cose che penso non funzioneranno, proprio per vedere che ragionamento fa l’IA. Ha questa tendenza a cercare comunque una strada per risolvere il problema, e ogni tanto prende delle cantonate terribili. Altre volte invece trova una strada interessantissima che io avevo escluso troppo presto.

È anche questo che mi fa venire voglia di tornare a lavorare: vedere dove arriviamo.

A volte mi sembra quasi di essere un ammaestratore. Anche se forse non è il termine giusto.

In certi momenti lo scambio è quasi paritetico: ragioniamo su una cosa, la smontiamo, la ricostruiamo. In altri devo limitare, anticipare dove andrà il ragionamento, capire quale libertà produrrà una deriva e quale invece serve per trovare qualcosa di buono.

Poi succede il contrario ed è l’IA ad anticipare una mia deriva. Io sto già immaginando altre cinque funzioni, lei mette in discussione il motivo per cui dovrebbero esserci, e magari ha ragione.

Quindi ammaestratore, sì, ma ogni tanto il numero lo faccio io.

È un processo lungo. Solo che è molto più corto, e per me più naturale, di quanto sarebbe stato costruire le stesse cose scrivendo tutto a mano. Il tempo lo passo a ragionare sul funzionamento, sulle regole, sulle prove, su cosa tenere e cosa buttare.

E la velocità cambia anche i problemi che hai.

Prima un’idea poteva restare lì perché realizzarla richiedeva mesi. Adesso la fai, o almeno arrivi molto prima al punto in cui puoi provarla. Ti senti una macchina: immagini una cosa e cominci a produrla.

Comprese le cose inutili. All’inizio tante, poi mi sembra sempre meno. Però la possibilità di costruire qualcosa arriva molto prima della certezza che abbia senso costruirla. Questa parte sto ancora imparando a gestirla.

Comunque, il punto era un altro.

Cosa farò fra cinque anni?

Per il prossimo anno mi sono dato un obiettivo più vicino: riuscire a gestire il lavoro interamente tramite IA. Gestirlo bene, intendo, riuscire a seguire le cose fino in fondo, verificare che funzionino, mantenerle mentre cambiano. E magari avere anche qualche progetto personale interessante, soddisfacente, o remunerativo. Possibilmente anche più di una di queste cose insieme.

Fra cinque anni non lo so. Faccio fatica perfino a immaginare come chiamerò il mio lavoro, se già oggi passo così tanto tempo a costruire sistemi e così poco a scrivere codice.

Mi sto ancora scaldando. Non riesco ancora a padroneggiare questo modo di lavorare, e certe giornate me lo ricordano benissimo.

Però è davvero entusiasmante. E domani ho già un paio di cose che voglio provare.