Una delle prime difficoltà pratiche di Continuum è stata questa: un assistente leggeva la skill che gli spiegava come usare la memoria, ma nella sua sessione gli strumenti per accedervi non c’erano.
La configurazione funzionava in un ambiente. In quello dell’account lavorativo mancava la registrazione del server. Aprire nuove chat lasciava tutto com’era, perché le nuove chat continuavano a partire dalla stessa configurazione incompleta.
Avevamo le istruzioni e avevamo il software. Mancava il collegamento fra i due.
È un episodio piuttosto concreto di una questione che mi interessa: quando lavoro con più assistenti, dove rimane quello che abbiamo capito?
Il lavoro attraversa le conversazioni
Uso client e account diversi. Durante una sessione possiamo analizzare un progetto, chiarire una dipendenza, prendere una decisione. Nella sessione successiva mi serve poter ripartire da lì, anche se sto usando un altro assistente.
Dentro il repository posso lasciare documentazione, piani e backlog. Con Repo Forge sto lavorando proprio sul contesto che aiuta gli agenti a orientarsi nei singoli progetti.
Ma seguo anche lavori che coinvolgono documenti e servizi esterni. E mi serve una vista che attraversi questi contesti: quali cose ho lasciato aperte, cosa sto aspettando, quale progetto posso riprendere.
Continuum conserva questa memoria operativa. I materiali restano nelle loro sedi; nell’archivio ci sono i riferimenti, lo stato utile e gli eventi che spiegano come ci siamo arrivati.
Costruendolo insieme agli agenti, abbiamo separato alcune responsabilità per permettere a più client di usare la stessa memoria.
Dove sta la memoria e come ci si arriva
L’archivio conserva i dati: progetti, attività, decisioni, note. È persistente e ha viste testuali leggibili anche fuori dalla chat.
Il servizio gestisce le operazioni su quei dati. Controlla gli accessi e le modifiche, perché due assistenti possono lavorare sullo stesso archivio.
L’MCP espone gli strumenti che i client possono chiamare: leggere un progetto, registrare un’attività, lasciare un checkpoint. È il collegamento operativo.
La skill descrive il comportamento: quando leggere il contesto, cosa vale la pena registrare, come lasciare una prossima azione utile e cosa fare se il salvataggio fallisce.
La memoria rimane nell’archivio, mentre l’assistente usa istruzioni e strumenti per lavorarci. Questa separazione permette di cambiare client continuando a fare riferimento agli stessi dati, purché il client sia configurato per accedervi.
Ecco perché l’episodio iniziale era possibile: la skill era disponibile anche nell’ambiente lavorativo, il collegamento MCP mancava. Abbiamo aggiunto una configurazione dedicata e verificato che potesse leggere l’ambito di lavoro e che l’accesso a quello personale venisse rifiutato.
Salvare è un’operazione che può andare storta
All’inizio l’idea di tanti file Markdown sembrava abbastanza naturale. Poi devi considerare cosa succede se due client aggiornano lo stesso progetto o se una risposta si perde.
Immaginiamo due assistenti che leggono una scheda. Il primo aggiorna il checkpoint. Il secondo, ancora fermo alla versione precedente, prova a sostituirlo con il proprio. Serve accorgersi che qualcosa è cambiato, altrimenti un aggiornamento può cancellare il lavoro dell’altro.
Il servizio verifica la revisione attesa e, quando non coincide, chiede al client di rileggere e riconciliare.
C’è anche il caso del salvataggio riuscito seguito da una risposta persa. L’assistente può ritentare: per evitare di registrare due volte la stessa attività, il servizio conserva una ricevuta insieme allo stato. Il retry della stessa richiesta ritrova l’operazione già eseguita.
Sono dettagli che entrano perché la memoria deve reggere anche quei passaggi. Dire all’agente «ricordati di aggiornare il diario» lascia aperta tutta questa parte.
Anche riprendere richiede una verifica
Una scheda salvata può invecchiare. Magari nel frattempo ho lavorato sul progetto senza registrarlo in Continuum.
Per questo il recupero del contesto prepara una proposta a partire da documenti ammessi e commit recenti. L’agente deve rivederla prima di applicarla. Un commit attesta una modifica; una consegna o una pubblicazione richiedono altre evidenze. Una checkbox aperta può essere ancora utile oppure appartenere a una strada abbandonata.
La continuità passa anche da qui: confrontare ciò che avevamo lasciato con quello che troviamo adesso, conservando le incertezze.
Quello che oggi riesco a collegare
Nel percorso iniziale abbiamo collegato Codex e Claude Code locali, con un accesso separato per l’account lavorativo. Il sistema lavora su un archivio locale. La sincronizzazione affidabile fra più macchine e un servizio remoto con autenticazione sono lavori diversi, ancora da affrontare.
Anche la registrazione dipende dagli agenti: devono scegliere e seguire la skill, avere gli strumenti disponibili e dichiarare quando una scrittura non riesce.
Ora c’è un posto in cui possono lasciare il lavoro in una forma che un’altra sessione può rileggere. Mi interessa vedere, usandolo, quali informazioni bastano davvero per il passaggio e quali invece devo ancora tornare a spiegare io.
