Io e gli agenti: appunti sparsi su come (non) si impara a lavorare con l’IA

Robot con microfono intervista una persona seduta alla scrivania, con registratore e fumetti di dialogo.

Negli ultimi tempi mi sono ritrovato a leggere parecchio sull’agentic coding. Non che stessi cercando risposte definitive — più che altro volevo capire se anche altri stessero vivendo le stesse strane sensazioni: quella miscela di curiosità, frustrazione e sorpresa che ti prende quando provi a fare cose “serie” con un’IA e ti accorgi che, a modo suo, funziona.

Ho letto articoli, post e thread sparsi in cui chi scrive raccontava il proprio approccio, i flussi di lavoro, i metodi. C’è chi lo fa in modo molto tecnico, chi più filosofico, chi un po’ spaesato. Io mi sono rivisto in questi ultimi: entusiasta, sì, ma spesso anche goffo.


Io non so bene come si “lavora con l’IA”

Diciamolo chiaro: non credo di saperlo davvero. Anzi, probabilmente sbaglio un sacco di cose. Ma ci provo, e ci provo sempre.

Da anni cerco di infilare l’IA dentro tutto quello che faccio — lavoro, progetti personali, piccoli esperimenti. A volte mi torna utile, altre mi fa perdere più tempo di prima, ma quasi sempre qualcosa rimane: una scorciatoia nuova, un’idea di organizzazione, un modo diverso di pensare il codice.

E, per quanto sembri un paradosso, è proprio questa confusione che mi piace: la sensazione che, anche senza sapere esattamente come si fa, qualcosa di buono riesco a tirarlo fuori lo stesso.


I miei “pezzi sparsi”

Negli ultimi due anni ho messo insieme una quantità assurda di piccoli progetti: gestionali in PHP, script, moduli, estensioni per Chrome, esperimenti in Python.
All’inizio lavoravo come sempre, solo che — invece di aprire Stack Overflow — copiavo i pezzi di codice dentro ChatGPT.
Non c’erano ancora strumenti seri per condividere contesto, e i file erano troppo grandi per farli leggere, quindi funzionava un po’ come un dialogo spezzettato: io chiedevo, lui rispondeva, e poi incollavo tutto a mano nel progetto.

Col tempo le cose sono cambiate.
Con i modelli nuovi (prima 2, poi 3, poi 4…) e con GitHub Copilot, ho iniziato a scrivere commenti “furbi”, quelli in cui spieghi cosa dovrebbe fare una funzione o una parte del codice.
Era un modo per dargli una direzione, e piano piano l’IA ha imparato davvero a seguirla.
Oggi, quando inizio un progetto, faccio preparare il piano di sviluppo direttamente a un agente: definisce gli step, le dipendenze, le funzioni. Io poi ci lavoro sopra.

I file come AGENTS.md non me li sono inventati io — sono diventati una specie di standard (ricordo che all’inizio c’era copilot-instructions.md, poi Copilot è passato a AGENTS.md, e via così).
Altri file invece sì, li ho creati io per aiutare l’agente a orientarsi: per mettere dei guardrail, per ricordargli il contesto, per non perdere consistenza tra una sessione e l’altra e anche nel tempo.


Un progetto che nasce da altri progetti

Mentre leggevo di agentic coding, mi sono reso conto che non voglio scrivere l’ennesimo articolo in cui racconto quanto è bello usare l’IA. Voglio fare qualcosa di pratico: costruire un posto dove tutta questa roba — questi miei tentativi, errori, pattern sbilenchi — possa prendere forma.

Immagino un repository comunitario, ma non uno di codice puro. Piuttosto un laboratorio di metodi, un posto dove chi, come me, si arrangia con l’IA, può vedere come lavorano gli altri, prendere spunto, copiare, aggiustare.

Non un framework nel senso tecnico, ma una raccolta di esempi, buone intenzioni, appunti. Un archivio di pratiche, più che di file .php o .py.


Come lo immagino (più o meno)

L’idea sarebbe quella di farlo costruire da un agente stesso, usando come materiale i miei file agents.md, plans.md, ecc. Senza buttare dentro tutto il codice — solo i pezzi che raccontano il modo di pensare.

Ogni progetto reale diventerebbe un piccolo “campione” da cui l’agente estrarrebbe pattern, stili, strategie. E da lì verrebbe fuori un meta-progetto: un repository che mostra come si può lavorare con l’IA, anche in modo disordinato, ma onesto.

E sì, anche questo progetto avrà il suo AGENTS.md, perché se stiamo parlando di agentic coding, tanto vale essere coerenti: il framework deve costruirsi con le stesse regole che descrive.


È un esperimento

Non so dove porterà questa cosa. Magari resterà un’idea, magari diventerà qualcosa di utile. Per ora mi interessa più il percorso che l’arrivo.

Mi piace l’idea di fare ordine nel caos, di raccogliere i pezzi e vedere che forma prendono. Mi piace anche pensare che, in fondo, tutti noi che smanettiamo con gli agenti siamo un po’ nella stessa barca: curiosi, confusi, ma sinceramente affascinati.

Se c’è una cosa che ho capito, è che non serve essere esperti per fare cose interessanti con l’IA. Serve solo avere voglia di provare, accettare che verrà fuori qualcosa di imperfetto, e continuare a parlarci, a farci aiutare, a capire insieme come migliorare.

E forse l’agentic coding è proprio questo: un modo per imparare a pensare insieme a qualcosa che pensa con te.