Non ho iniziato a occuparmi di tracciamenti perché mi appassionassero. Non era un obiettivo di carriera, né qualcosa che avevo pianificato di studiare. Semplicemente, a un certo punto serviva qualcuno che li facesse.
Il contesto: fare un po’ di tutto
All’epoca lavoravo come consulente per altre aziende tre giorni a settimana, mentre dedicavo due giorni a GGS. In quei giorni seguivo progetti molto diversi tra loro:
- sviluppi custom (dashboard per ordini, integrazioni particolari)
- implementazioni specifiche sui siti
- alcuni progetti interni
Nel frattempo nasceva Advertaria e il team marketing iniziava a lavorare in modo più strutturato su Google Ads e Facebook. A quel punto emerse un problema molto concreto: i siti non erano pronti a tracciare nulla in modo serio.
Qualcuno doveva prendere in mano i siti e metterli in condizione di inviare dati a GA, Ads, Meta. Quel qualcuno, per esclusione, diventai io.
I primi tentativi: plugin e speranza
All’inizio non sapevo praticamente nulla di tracciamenti. I primi esperimenti furono molto pragmatici (e molto confusi):
- plugin per installare Google Analytics
- altri plugin per Facebook Pixel
- Google Tag Manager inserito “da qualche parte”
L’obiettivo era far andare tutto insieme. A volte funzionava. Spesso no. E quando funzionava, non era mai chiaro perché.
Più che implementazioni, sembravano riti sciamanici: si seguiva una guida, si incrociavano le dita e si sperava che i dati arrivassero.
Cercare spiegazioni (e trovare solo superficie)
Ho iniziato a cercare guide, articoli, tutorial. Quello che trovavo era quasi sempre lo stesso:
- articoli SEO-oriented
- tutorial molto pratici, ma superficiali
- video che si fermavano a “installa GTM”
Quasi nessuno parlava davvero di:
- come dovrebbe funzionare un tracciamento
- cosa fosse l’Enhanced Ecommerce
- che ruolo avesse il dataLayer
Tutti spiegavano cosa cliccare. Nessuno spiegava cosa stesse succedendo.
La documentazione ufficiale: giusta, ma complessa
Esisteva (ed esiste) la documentazione di Google. È corretta, dettagliata, tecnica. Ma richiede tempo, concentrazione e soprattutto la capacità di adattarla a casi reali.
Molti siti con cui lavoravo non erano ecommerce “da manuale”, ma progetti piccoli, custom, speciali a modo loro. Applicare alla lettera la documentazione non era sempre possibile.
Il problema non era che fosse sbagliata. Era che non parlava la lingua della realtà quotidiana.
Quando ho imparato a dare un senso
A un certo punto ho iniziato a intuire che il problema non erano gli strumenti, ma il modo in cui li stavo guardando. I tracciamenti non erano una sequenza di click in un’interfaccia, ma un flusso:
- un utente fa qualcosa
- il sito lo intercetta
- qualcuno lo comunica a qualcun altro
Quando ho iniziato a ragionare così, molte cose hanno smesso di sembrare magiche. Ma questa è una parte della storia che merita un articolo a sé.
Perché sto scrivendo questa serie
Non scrivo per insegnare “il modo giusto” di fare tracciamenti. Non esiste. Ogni sito è diverso, ogni progetto ha vincoli propri.
Scrivo perché avrei voluto leggere qualcosa di simile quando mi sono trovato anch’io:
- perso tra plugin
- banner di consenso opachi
- tutorial che si contraddicevano
Quello che leggerai nei prossimi articoli sono esperienze personali, cose che hanno funzionato, altre no, e soprattutto i concetti che mi hanno aiutato a fare ordine.
E adesso?
Nel prossimo articolo proverò a spiegare una cosa semplice ma fondamentale: cosa sono davvero i tracciamenti, prima ancora di parlare di GA4, GTM o qualsiasi altro strumento.
Se oggi ti senti un po’ spaesato, probabilmente sei nel punto giusto per iniziare.

